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17 Dic

Un’interessante articolo di Sandro Ciapessoni

Pubblicato da anyony


Storia della “Corona Ferrea”
“Insegna Imperiale per l’Impero d’Occidente”

Il Sacro Chiodo. Carissimi Terrazzani, eccomi ad esporre quanto ho scrupolosamente vagliato dai documenti che trattano l? argomento. E? però necessario conoscere alcuni particolari strettamente legati al Sacro Chiodo. Una succinta ma importante cronistoria di come si sarebbero svolti i fatti.

Primo: Origine della ?Corona Ferrea? o ?Corona del ferro?.
In origine l?Imperatore Costantino I il Grande (280 ? 337) figlio di Costanzo Cloro e di Elena, portava solo il cerchietto di ferro ed era considerata ?INSEGNA IMPERIALE PER L?IMPERO D?OCCIDENTE?.
Secondo ed importante punto:
nell?elogio funebre, tenuto a Milano ai funerali dell?Imperatore Teodosio I il Grande (347 ? Milano 395), Sant?Ambrogio (333/4 o 339/40 – Milano 397) dice: « Elena, madre di Costantino, ha cercato e trovato i chiodi del Cristo, da uno ha ricavato un diadema per il figlio, da un altro un ?frenum?, cioè un ?morso? da cavallo ».
Questo ?morso da cavallo? è quello che si conserva nel Duomo di Milano.
Segue la cronistoria e arriviamo al 476:
(da: L?Osservatore Romano del 14 marzo 1943) Su detto Giornale, apparve una tesi nuova sull?origine di questa insegna (attenzione: quella che noi chiamiamo ?corona?, era allora vista e considerata come una ?insegna?, ed era l?Insegna imperiale per l?Impero d?Occidente che concludeva la sua storia con l?abdicazione dell?ultimo suo sovrano Romolo Augusto nell?estate dell?anno 476. Infatti, Il suo consigliere Odovacre lo aveva convinto dell?inutilità di una carica senza gli adeguati territori e con i popoli già insediati con le prime ondate delle migrazioni delle genti. Odovacre assai più civile degli Imperatori di Costantinopoli, assegnò all?ex Imperatore una villa sul monte Posilipo presso Neapolis e provvide a far depositare le insegne nella guardaroba del Palazzo Imperiale a Costantinopoli. Fece pertanto anche depositare a Costantinopoli, quella ?Insegna Imperiale per l?Impero d?Occidente? che nel frattempo, cioè dall?epoca di Costantino il Grande (cerchietto di ferro) aveva già assunto forma di corona, forma di diadema come ebbe ad affermare il Vescovo Ambrogio, in occasione dell?elogio funebre tenuto per Teodosio I nel 395 a Milano. Quel cerchietto di ferro fu modificato o sostituito con otto piastre di un certo metallo (?) (che coi successivi e recenti esami non si è dimostrato attivo alla calamita magnetica) e ogni piastra incernierata con l?altra, ogni piastra adornata quindi con adeguate, opportune pietre.

E? assodato ora un certo periodo di oscurantismo su quella insegna, perché per l?incoronazione di Teodorico, la ormai ?Corona? dopo un periodo di inspiegabile abbandono, la si ritrova a Costantinopoli, ma in condizioni disastrose; spezzata con violenza e mancante di due piastre. Viene quindi rielaborata alla meglio ma con solo sei piastre ornate di pietre. Dimensioni: altezza della Corona circa 5 cm. e diametro circa 15 cm. ed è l?attuale ?Corona Ferrea? che si trova nel Duomo di Monza.

Così nel 493 Teodorico assume il potere e viene incoronato con la ?Insegna Imperiale per l?Impero d?Occidente?, per meglio dire coi termini a noi noti: con la ?Corona Ferrea?. A Costantinopoli fu forse eseguita la parte ornamentale, anzi? sicuramente a Costantinopoli.

Ebbi la fortuna di ammirarla di persona dopo che sette Funzionari, nel Duomo di Monza, ognuno munito di chiave diversa provvidero all?apertura del cofanetto. Il ?supporto fascetta? all?interno della Corona è di ferro e la tradizione o verità, vogliono sia uno dei Chiodi della Crocifissione di N. S. G. C. recuperati da Sant?Elena, Madre di Costantino.
Io ci credo.

Sandro Ciapessoni

18 Nov

Un interessante articolo del poeta Sandro Ciapessoni

Pubblicato da anyony


SCOPERTA CON L?ANTONIA?
LA FONTANELLA DI CAMPO.

Villa “Monastero”, il cui nome evoca in se stesso l’origine antica cui era destinata, sorge sul pendio che dal lato di Campo va a formare la Punta di Balbianello. Dalla solare piazzetta dell’imbarcadero di Campo, raggiungendo Piazza del Campidoglio nel centro storico del “Castrum romano”; vi si accede poi percorrendo il solitario vicolo Canove; acciottolato immerso in religioso silenzio quasi a riva lago; due massicci pilastri in pietra, reggono per cardine una cancellata in ferro quale entrata principale dal lato lago, alla suddetta villa. Oltrepassato il cancello d’entrata a pochi passi di distanza, sporge dal muro di cinta, un’antica fontanella con adeguata vaschetta in pietra. Purtroppo a causa di qualche rovinìo nella falda acquifera, la fontanella non fornisce più acqua. Erano sorsi di acqua fresca e leggera, e nell’afa estiva era davvero salutare refrigerio. Ma in quella fontana, un particolare mi è sempre sfuggito… più importante dell’acqua che ci offriva. Dalla fotografia scattata dall’Antonia, come potrete facilmente constatare, appare nell’affresco color mattone antico, (in aspetto assai leggero e vago), un volto, ma appare e lo si vede. Almeno alla mia attenta osservazione mi appare come volto leggermente reclinato a sinistra immediatamente sopra il tubicino di metallo dal quale fuoriusciva l’acqua. E? sintomatica un’altra particolarità. C’è nella fontanella, una notevole somiglianza alla fontanella su all’Acquafredda, mentre per quanto riguarda l’affresco, ci sono molte analogie con gli affreschi sparsi un poco ovunque nei paesi sparsi nelle valli del Bresciano (Valcamonica etc.) ed anche a Tirano nel Santuario mariano all’entrata della Città.
A mio avviso, ritengo originaria e mai ritoccata quella fontanella che dovrebbe risalire prima del 1701, allorquando su all’Acquafredda venne posta la pietra-lapide che afferma: “1701 In questo lavello era riposto il corpo di S. Agrippino” Sant’Agrippino fu Vescovo di Como. Anche lì accanto a quella pietra-lapide, c’è una fontanella molto simile a quella di Campo ma assai meglio conservata.
Sarebbe una gran bella iniziativa che codesta fontanella (quella di Campo) fosse oggetto di attenzione da parte di qualche competente in tale Artistica materia e storia. Tutte le valli della Lombardia hanno ancora in sè, sulle loro mura – anche di abitazioni come ho visto in Valcamonica -, visibili tracce di questi antichissimi segni di civiltà. Non perdiamoli; civiltà che non vanno perse ma gelosamente segnalate e custodite.

Sandro Ciapessoni.

23 Ott

Il frigorifero dei nostri avi e una poesia Di Sandro Ciapessoni

Pubblicato da anyony


La nevera

La nevera, precursore dei moderni frigoriferi, è una costruzione in muratura a secco, edificata nei pressi della stalla e del luogo di lavorazione del latte. La distanza che l’alpigiano doveva percorrere tra queste due zone era notevolmente inferiore a quella tra la stalla e “ul casel dal lac”
La “nevèra”, dalla caratteristica forma rotonda, è costituita da una muratura a secco, in parte interrata, coperta da un tetto. In inverno si provvedeva a riempire la parte scavata, che poteva arrivare a 6-7 metri di profondità, di neve e ghiaccio pressati. Grazie anche all’ombra di aceri, faggi o tigli piantati appositamente, durante l’estate la temperatura interna si manteneva sufficientemente bassa per conservare latticini e altre derrate alimentari per tutto il periodo dell’alpeggio. All’interno della nevera una stretta scala a chiocciola permetteva di scendere fino al livello della neve, su cui venivano appoggiate le conche con il latte.
Quest’originale sistema di raffreddamento è caduto in disuso nella prima metà del XX secolo, ma diverse nevere si possono ancora vedere nella zona tra il Generoso e il Bisbino.

Riporto qui la poesia del poeta Sandro Ciapessoni (presente nell’ultimo messaggio dell’articolo precedente) dedicata a Vincenzo Bellini e che si riferisce alla fonte Pliniana per dar modo di leggerla a tutti i visitatori.

GUERRA DI SELVE

Oggi… non è celeste
il mio bel lago amato,
e quel color ch’io vedo
è simile a riflesso
dell’ultimo tramonto
sulle placate onde
ch’io ben rammento a Blevio
ed anco a Torno
ove dall’acqua sorge
in maestà solenne e grave
sotto dirupi e boschi
e silenziosa in solitaria quiete,
la bianca, malinconica “Pliniana” antica,
fonte e sorgente a illuminate Menti,
ove da quelle pietre
da suggestivo incanto
nacquero note, amori e canti
da immortalar nei secoli a venire
il sommo Cigno etneo,
quando: “Guerra di selve” cantò di “Norma”
allor che risuonando in fiere note,
volle crear nel silenzioso golfo
la grandezza di Norma e il suo peccato.

Sandro Ciapessoni

Nella foto la nevera ristrutturata del Signor Mario Taroni di Carate Urio

13 Lug

Sempre sull’argomento "La Pisana" una poesia di Sandro Ciapessoni

Pubblicato da anyony


L’INCONTRO… AL PLENILUNIO.

Eterna Bice!…
Memoria sempre viva di passioni,
cui Morte, vita volle e non tua fama!

Romantica “Pisana!”
Nella festosa estate che or si avanza,
ti voglio ricordar col niveo dire,
la voce dell’ amato tuo Poeta:

“… Como, il bel lago e il popol suo gagliardo
…………………………………………………………..
e i seguenti emular quelli di prima,
ma il nove giugno fu si bello anch’ esso
che per dirne il perché, manca la rima.”

Ombra soffusa e inquieta,
riflessa come fiamma su queste onde…
che spiri i tuoi tormenti in queste valli,
soffermati fra noi
nell’ ore dei ricordi!

Ti aspetterem le notti al plenilunio,
non saran vane le speranze tue;
la notte, rivivrai sul tuo balcone
l’ incontro silenzioso col soldato.

Illumini la luna di niveo candore
l’ ombra leggera e vaga
di Bice… “la Pisana”.

Dolce sarà per te mirar le stelle,
le stesse che ti furono compagne
nei tempi lieti di tua corta vita.

Il tremulo chiaror di tenua luce
qual… palpito sull’ onde come il cuore,
è il bacio della luna sul tuo lago
e gran conforto al tuo vagar nel cielo.

Ti saran l’ onde… canto di Sirena!
Lor frangersi sui sassi della riva
è l’ evocar la voce a te si cara.

Dai grappoli fioriti
del glicine frondoso
che avvince tua dimora,
si eleva profumato
lo spirito tenace
d’ Ippolito guerriero!

Ti vedo o mia “Pisana”…
ti vedo al tuo balcone
avvolta nell’ alone
di niveo splendore.

Ti vedo o mia “Pisana”
col tuo sorriso amaro,
compunta di tristezza e di dolore.
Pietosa Morte!… non rapì il tuo nome.

Ma in questo cielo, accanto ai monti amati
tu resterai in eterno o amata Bice,
io ti ricordo e sempre ognor ti ammiro
le notti dell’ incontro… al plenilunio.

Sandro Ciapessoni

17 Giu

Una poesia del caro Sandro Ciapessoni, poeta tremezzino doc

Pubblicato da anyony


GLI ORTI… DI LENNO

Immerso è il verde poggio
negli argentati ulivi;
a pie’ del monte
scende dal Sant’Andrea teschiato
- soave – l’ alito del gelsomino in fiore;
negli orti, nei roseti, nei giardini
auliscono profumi…
e i desideri… accendono bei sogni.

Antichi, due cipressi vegliano la via.

Ben lastricato, nitido e pulito
scorre l’acciottolato
che infino a Lenno è “porta”;
e Casanova rustica e pietrosa
ornata è di fontana,
fresca e generosa.

Policromi gerani,
e passiflore in siepi,
assorbono il levante
sorgente dal San Primo
e nei giardini,
slanciati verso il cielo
svettano cipressi
che stendono lor velo.

La “Via dei Poeti” oggi m’invita
con sue fiorite rose
a non sopir speranze.

Oh bella Lenno! Al vespro…
così ancora io ti sogno!
Immersa nel tuo romantico
amarantato tono,
quando nell’animato
tuo sanguigno cielo
la silenziosa quiete della sera
s’adagia e regna fra i ben tenuti ulivi.

Così ti canto ancora
diletta e amata mia Contrada!
Io canto gli erti e i tuoi sereni poggi,
le alpestri ripe,
le gole dei tuoi monti.
Io canto le tue gioie che mi doni
quale… fanciulla amata
offre il suo viso a tenera carezza;
così& così tu m’offri e in estasi rapita
gioviale, tua eterna giovinezza.

Il portico di “Tregola”…
Le antiche case su per la stretta via;
modesta era l’antica fontanella
quando fanciullo l’acqua attingevo
fresca e sorgiva;
l’ acqua dei nostri monti era,
che ancora… che ancora
rinfresca la tua via.

Ma il mite e silenzioso amato Lario
giù nel tuo sereno golfo è cinto,
ove i bei pini al sole
ombreggiano la riva,
e sempre ancor mi dona fresco e lieve
quell’aura soave
della tua brezza a sera.

Ma non t’ho persa o Lenno
oh Lenno prediletta…
e Campo pure tu
che il fianco doni al torrentel Perlana…

Sotto il pulito cielo
al vespero d’agosto…
quando le calde notti magiche
al tenuo chiaror dell’affilata Luna…
vita daranno ai freschi e novelli amori,
germoglieranno allora
i tremuli bagliori
delle speranze vane…
così, come negli orti
di questo tuo gran giardino
s’apre e si spande nell’immenso cielo
l’effluvio delicato
del verde arbusto col profumato
ed aromato celeste fior del rosmarino.>

Sandro Ciapessoni

Caro Sandro ricordo con commozione quando mi hai mostrato i luoghi dove hai composto questa poesia

25 Mag

Una poesia del poeta tremezzino doc Sandro Ciapessoni

Pubblicato da anyony


Le luminarie

Nella mia mente han posto lor dimora,
i tenui ricordi
della lontana aurora
e similmente e timidi chiarori,
ritornan le visioni
flebili e giocose
di luminarie vaghe…
romantiche lucerne
lungo le rive delle mie contrade.

Nel borgo di Spuràno
ricorre a fine giugno,
-è il San Giovan Battista-,
la «Sagra Comacina».

Per tal bisogna, nel venerando giorno,
i vuoti gusci di chiocciole campestri,
fatti son, fragili coppe
diafane ed oleose,
fiammelle timorose,
lucignoli tremanti
che in gran dovizia adornano
mura, balconi e case, le darsene,
le barche locate nelle rade.

Or l’isola frondosa
che stante lor ripara,
calme e tranquille tiene
le acque nella baia.

I singolar “comballi”
son pavesati a festa,
e nel lacustro luogo
trasportano gli arredi,
stendardi, insegne e croci
con sacre vesti e il clero.

Da Sant’Eufemia partivano i comballi,
da Campo infino a Sala
partivan gli altri legni
ben carchi di fedeli.

A riti poi compiuti,
quando il tramonto acceso
cede alla notte il velo,
l’immensa luminaria
sovra le rive, adagia il suggestivo
suo… tremor di fiamma.

Luci anelanti
che ondeggiano sui flutti,
piccole fiamme che sull’onde han vita
al par di eteree faci.

Eburnea Maddalena!
Nella gioiosa notte,
in virginal cornice
ti bacian mille luci.

Dentro le scorze oleose
minuscole fiammelle
ornan la santa tua Dimora
e il lor brillare d’ ingenuo colore,
rispecchia nella baia.

Vive l’ atollo
come fiabesco sogno
l’ icàstico notturno degli amori,
e centomila stelle
punteggiano la rada.

All’ improvviso
e in gioco d’ arabeschi e bei colori,
i “fuochi di Bengala”
argentano le chiome
dei secolari ulivi,
e fra la terra e il cielo
corolle saprano e di fiori,
stelle filanti… vaganti su nel cielo
che dolcemente al suolo
al pareggiar di petali,
si sperderanno… eteree.

Sandro ciapessoni

S’avvicina giugno e la festa di San Giovanni che si svolge ogni anno a fine mese ad Isola Comacina per commemorare la devastazione dell?isola che avvenne il 24 giugno del 1169.
Ma questa’anno c’e qualcosa di più?.. Tremezzo, Griante, Menaggio e Gravedona, anche Bellagio, Lezzeno e Varenna uniti, forse per la prima volta nella loro storia, in un progetto comune e condiviso:
La rievocazione di tutta la battaglia avvenuta prima dell’incendio dell’isola, che si svolse nello specchio di lago di fronte all’Isola Comacina denominata ?zoca de’ l’Oli?.
E’ la ripetizione della vera battaglia avvenuta nel 1169 tra la flotta dell’Isola, costretta a difendersi e quella di Como, partita all’attacco ed alleata, per l’occasione, con Torno.
Per la realizzazione di questo evento, sono in allestimento 4 barche lunghe 16 metri e larghe 5. Ciascuna di esse sarà dotata del castello a poppa e di speciali strutture a prua, secondo le tradizionale barche da combattimento lacustre del tredicesimo secolo.
Ognuna di queste barche avrà un equipaggio di 30 uomini, in costume d’epoca ed armati d’archi, frecce e spade. L’abbigliamento, all’interno delle barche sarà quello cosiddetto ?leggero?, senza cioè la corazza, lo scudo e l’elmo che creerebbero non poche difficoltà di movimento, in una battaglia svolta tutta all’insegna della rapidità e dell’agilità.

La poesia del Signor Sandro ci riporta ai tempi di quan’era bambino e gli abitanti della Tremezzina, in occasione di questa festa, illuminavano le loro finestre con partticolari lumicini fatti con gusci di lumachine…
Riferimenti: Clicca qui per saperne di più di Sandro Ciapessoni

1 Apr

Sandro Ciapessoni si racconta

Pubblicato da anyony


Ricordi D’infanzia

L?avevo promesso alle Gentili Signore.Uno scorcio, un episodio della mia fanciullezza in occasione delle vacanze scolastiche (quelle estive) trascorse nella casa materna in quel del varesotto, esattamente in una piccola frazione chiamata ?Ponte? nel comune di Bisuschio sulla statale che da Varese conduce a Porto Ceresio. Sarò breve perché ho sempre il timore d?apparire invadente, di sottrarre del tempo prezioso a Coloro che sì amabilmente desiderano stare tranquilli in ?Terrazza?; magari a sorbirsi un buon caffè anziché sopportare le storie che vengo a narrare e che forse poco possono interessare.
E? una Poesia col titolo: ?Rustiche case, rustico Ristoro??, ma vi accorgerete leggendola attentamente che è quasi un testo di prosa, poiché gli avvenimenti che ho descritto si snodano in ordine cronologico, peculiarità tipica propria del racconto. Leggerete di campagne, di prati, di cieli tersi e puliti, leggerete di un ruscello le cui piode erano levigate da ginocchia? cui l?acqua lor lambiva. Erano ginocchia delle massaie del paese che al ruscello procedevano nel lavoro del bucato. Leggerete di un pergolato di una spina sotto il quale ? su pietra dura ? iniziai ad imparare la scrittura; il tondo della ?o? e i segni col puntino.
Leggerete dell?anziano contadino vestito di fustagno? Era simpatico ed anche buono se pure tutele domeniche e solo alla domenica, si prendeva due solenni sbornie, e non era il solo a rispettare così strambo? cerimoniale. In quei tempi, la sbornia domenicale assurgeva a rito?
Ho finito. Ho scritto il tutto rivangando in quelle lontane memorie i ricordi di un sincero e spontaneo affetto vissuto in quei periodi di vacanze. Era affetto genuino, affetto pulito come un cielo privo di nubi? che solo l?innocenza di un bambino era in grado di capire… Non ero viziato, sia ben inteso, ero amato perché mi volevano bene. Bastavano i nostri reciproci sguardi per trasmetterci quei sentimenti e quei valori oggi perduti: quelle gioie, anche se per poco tempo, io le conobbi.
Sandro Ciapessoni.
***

RUSTICHE CASE…
da: ?Rime?

Rustiche case… rustico ristoro.
Un?osteria sul bordo della via
e un pino accanto all?orto, sul pianoro.

Lungo il bel prato fin sotto a grigia rupe,
arbusti di campanule violacee
screziate con colori bianco e rosa,
ornavano selvatiche in natura
sconnesse pietre antiche a mo? di mura.

Protetto e custodito
come familiarmente avvezzo,
nell?ora cui meriggio
vuol tacita a diletto,
sotto il bel pino ombroso
gustavo il buon sorbetto.

Nella stagione cui sole si scatena,
sul limitar del prato e l?osteria,
un pergolato verde d?uva spina
il fresco refrigerio mi porgeva,
mentre, su libro chino, cannuccia in mano
i primi rudimenti del sapere
aprivano mia mente al mio dovere.

Sul tavolato in pietra
e all?ombra degli intrecci d?uva amara,
io qui compresi a ricordar qual pietra,
aste diritte ed aste… col rampino,
il tondo della ?o? e i segni col puntino,
poi… sulla pietra dura, poggiando mani al viso,
io reclinavo il capo… sognando il mio destino.

Prati, colline e monti!…
Dolci profili familiari e forti
che abbracciano solari l?orizzonte.
Folte robinie e schiere di sambuco
dove la chiara roggia scorre presso il ?ponte?…
io vi conobbi allora,
quando in estate il sole si scatena,
quando cicale e grilli
allietano giornate in fino a sera.

Io vi conobbi all?alba
col sorgere del sole,
con l?animo sereno
di candido bambino,
guardando un cielo puro
disgombro dalle nubi
e il volteggiar di rondini festanti
e di colombe, in cerca di ristoro.

Guardando amene valli
al tramontar del sole…
i poggi dell?Usèria,
la bianca casa col segno di Maria,
la cima del Crocino e a fondo valle
la selva scorticata a pie? del monte.

Le fredde ?piode? erose e levigate
giù nella rongia poste…
consunte da ginocchia
cui l?acqua lor lambiva,
rubando anche il sudore
che il caldo lor forniva.

Conobbi allora i segni
del ricordar soave e genuino
che in fino ad oggi dominano
la via del mio cammino.

Dei personaggi tipici del luogo
ricordo… il contadino anziano e rosso
vestito di fustagno liso e smunto:
i baffi rossi attorcigliati e a punta,
il calice di vino poggiato sovra un soglio
mentre bocciando con fragor sul ciglio,
centrava quasi sempre il suo bersaglio.

Mi sveglio da quel sogno…
e nello specchio azzurro ed infinito
rivedo i tempi antichi… ma ancor vicini,
sì, che emozioni amare e sconsolate
invadono con forza le mie vene.

La cima del Crocino è sempre verde!…
I poggi dell?Usèria, immobili e solenni
mi additano lontano lor tramontare eterno.

Nei prati che da Ponte vanno a Brenno
lungo il sentiero dove il sambuco odora,
ancora scorre giovin roggia
antica un tempo… che sempre m?innamora.

Ma sulla fronte mia e sul mio viso,
ahimè, profondi stanno i segni
della trascorsa vita… e del destino.

Sandro Ciapessoni

22 Mar

Sperando in una imminente primavera una poesia di Sandro Ciapessoni

Pubblicato da anyony


Visto e considerato che oggi, secondo giorno di primavera, il sole non è per niente generoso e ci lesina il suo tepore, con un po? di fantasia? la primavera la creiamo noi sulla ?Terrazza? Che ne dite? Io ci metto le parole, chissà che il Sole si commuova? e si risvegli per davvero.
Queste violette cui fa accenno la mia Poesia, sono quelle che una volta fiorivano abbondanti lungo il muretto a sinistra sotto i 12 o 13 platani, a partire dall?osteria ?Riposo?? salendo su alla Madonna del Soccorso, esattamente dalla Cappella della Presentazione al Tempio, fin su a quella dell?Orto degli Ulivi.
Sandro Ciapessoni

IL TEMPO DELLE VIOLE

Il tempo delle viole s?avvicina,
è il tempo delle primule timide
fra l?erbe.

S?avverte nell?aria
il senso del tepore, e terso
è l?orizzonte.

Placido è il lago
e di colori pallidi e arcani,
sono tutt?or le ripe.

Candide, e lucenti al sole ed alte,
sono le innevate cime de? monti
dell?alto lago.

In questo dì pieno di luce e lago,
abbraccio con lo sguardo
il cupo e verde dosso di Balbianello

Più in alto a manca,
sotto il Costone a destra,
s?erge il ?Soccorso?, e bianchi
i segni della Passion di Cristo.

Al lago ritornando e in qua venendo,
la pudica Lenno.
In fronte a me,
l?estesa ed ampia Tremezzina
magnifica di fiori o di colori,
in ogni sua stagione.

Accanto a me,
sull?ampia e dolcissima riviera,
boschi e bocci di camelie
lievemente schiusi,
annunciano primavera.

E alla sera,
scende sereno -e non amaro-,
il suggestivo addio del giorno.

Si dice che il tramonto infiamma i cuori
e poi si aggiunge che il sognare è bello,
ma tal sognare… è simile al dormire!

Io sogno ad occhi aperti!
Le mille luci che mi stanno innanzi
infiammano il mio cuore…
ed altro… nulla aggiungo.

E? il tempo delle viole,
violette delicate…
violette profumate.

20 Mar

Una storia vera raccontata dal poeta Sandro Ciapessoni

Pubblicato da anyony


IL VAPORE ?LECCO?e la sua amara storia.

Ho rintracciato e ricostruito la storia di un avvenimento che riguarda uno dei Vapoor a pale che sul nostro lago, fece gran notizia. Si tratta del piroscafo ?Lecco? varato nel 1874, rimodernato nel 1923, e poi definitivamente messo in disarmo nel 1937. Era un piroscafo di circa 54 metri di lunghezza, largo poco più di 11, e con l?ammodernamento del 1923 portava fino a 850 persone.
Quest?avvenimento risale al febbraio del 1927 e a conti fatti io avevo da poco compiuto i 3 anni di età ? le date sono quelle, i numeri non tradiscono mentre la memoria, almeno la mia qualche volta mi fa brutti scherzi, poiché nel descrivere questo avvenimento ero convinto d?avere almeno qualche anno in più.
Abitavamo nel frutteto a Campo Ossuccio e dalla finestra della cucina della nostra abitazione si inquadrava benissimo la riva del lago proprio nei pressi della foce del Perlana. Noi bambini giocavamo nel cortile sottostante, quando mia Mamma ci richiamò subito in casa poiché era imminente l?arrivo al pontile di Campo, il piroscafo ?Lecco? con le reliquie di san Luigi, dirette a Como: per quella circostanza – anche perché mia Mamma si chiamava ?Luigia?, dovevamo tutti insieme recitare devotamente le preghiere del caso. Infatti poco dopo si distinse netta (anche perché la giornata era priva di foschia) la figura, la sagoma del ?Lecco? ma appariva fortemente inclinata verso la riva. Mia mamma si stupì ed esternò la sua preoccupazione su l?eventuale sorte del ?Lecco?, troppo carico di passeggeri, con velocità ridotta e con una distanza ancora considerevole per arrivare fino a Como.

Da Campo si diresse a Lezzeno ed una buona parte delle persone a bordo, al momento dell?attracco al pontile, si portarono da quella parte anche per rispondere ai saluti che la folla numerosa, attendeva per l?arrivo del ?Lecco?, ma questo spostamento di persone fece sì che una certa quantità di acqua entrasse dagli oblò, causando un principio di allagamento che però venne prontamente sventato dal personale di bordo.

Giunti però nel porto di Como, si verificò di nuovo il principio di allagamento favorendo una notevole entrata d?acqua tanto da mettere in serio pericolo lo stesso natante. Raggiunto il pontile, tutti i passeggeri si riversarono ovviamente sul lato dell?imbarcadero per uscire, e lì avvenne il peggio. Subito con l?aiuto di altri piroscafi fermi nel porto, il ?Lecco? venne imbrigliato onde dar tempo alla gente di guadagnare la passerella del pontile. Purtroppo poco dopo lo sbarco di tutto i passeggeri si contarono 4 morti ad alcuni feriti. Il ?Lecco? si inabissò lì al pontile lasciando emerso il solo fumaiolo.

Venne poi recuperato in tarda primavera dello stesso anno e rimesso in attività per un anno come trasposto merci, poi abbellito (per l?ultima volta) per il servizio passeggeri fino al 1937. Io lo ricordo bene e forse ci avrò anche navigato. Negli ultimi anni non era però un piroscafo di normale giornaliera corsa, era vecchio? e con quanto aveva già subito? era stanco.

10 Mar

Sandro Ciapessoni ci parla di un’accogliente locanda del Lario

Pubblicato da anyony


Omaggio alla Famiglia dei signori Bianchi,
proprietari della Locanda ?Il Grifo? di Campo?Lenno.

Mi trovavo a Campo verso la fine di un?estate di alcuni anni or sono. Alloggiavo presso la Locanda ?Il Grifo? dove solitamente trascorrevo un breve periodo di riposo per me tutto salutare, considerando anche il trattamento familiare che tutta la Famiglia Bianchi mi riservava e di cui ne ero oggetto. Il confortevole servizio di alloggio e cucina, più che soddisfacente ? e lo è tuttora – poiché l?esperienza acquisita dai coniugi Bianchi (signor Enrico e signora Vittorina) trasmessa poi amorevolmente ai figli: signor Antonio e signora Tiziana, è così tangibilmente dimostrata dalla numerosa ed affezionata Clientela che da anni frequenta questa confortevole oasi di tranquillità a pochi metri dalle quiete acque del Lario.
Non voglio dimenticare le specialità della cucina quali i: missoltitt abbrustoliti, il genuino fritto di pesce, il riso col pesce persico, il ricco assortimento di formaggi fra i quali non manca mai il ?zancarlin?, il gelato religiosamente portato dal signor Antonio come se di rito si trattasse. Tutto fantastico! Tutto indimenticabile.
Durante quel mio breve soggiorno, ero uso portarmi a Lenno, sul lungo lago; aspettavo il scendere della sera, ed osservavo l?animarsi di luci nelle sponde opposte, e così osservando la mia mente? rivangava dolci ricordi e scrissi lì, accanto ad uno dei 38 pini che adornano il lungo lago, la mia ?Il golfo di Venere? che sento dover omaggiare ai signori Bianchi del Grifo. Se non ero da Loro, quella sera non sarei stato a Lenno, di conseguenza detta Poesia, oggi non sarebbe. La dedico a Loro, con la certezza che sarà loro gradita.

IL GOLFO DI VENERE

L?ameno golfo di Venere pudica
baciato or è dai flutti del mio lago
e ?Lario?, è il fortunato amante,
e a te, inclita dea
Lenno ti elesse il fato
terrena tua dimora.

Qual sia dell?anno la stagione amica,
o Lenno! placido golfo timido ed ascoso,
ti desta ognor di primavera,
il caldo sol del mattutino albore.

E grato e dolce è il contemplar
nel tuo bel seno, la riposante quiete.
Nell?aere, unicamente d?ode
il gaio cinguettar
dei passeri fuggenti.

Sale dal lago, ritmico e cortese
il vivido frusciar dell?onde
e par che mollemente posarsi van,
sul grembo tuo diletto.

Già l?astro maggior, dal ciel diffonde
con dovizia e ardore
il caldo suo tepore.
Venere è desta!

S?affaccia il dì novello
e con letizia e amore
sparge copiosa gioia e dolcezza
al golfo suo protetto.
Egida al fianco veglia
la ?Balbianello? punta.

Al cielo azzurro rivolti sono
i cento toni dei campestri fiori.
S?apre il bocciol di rosa
dai vividi colori e rigogliosi.
E son macchie rossate e viola!
Camelie sono ed azalee, ne? giardini
e prati ben coltivati
in opima natura.

Nei dì di festa, solenne e giubilanti
rintoccan le campane, e i sacri bronzi
rammentar ci fan, che giusto
è l?adempiere la legge del Signore.
Eppur, fra il brulicar di genti,
sovrana regna la pace della sera…

Ma tu… propizia dea
ancor mi abbagli…
e tenerezze e amori nel cuor m?ispiri!

Tal ti rammento o Lenno,
al par di Campo e di Tremezzo,
ma pur anco Bellagio
che qui rimiro in fronte a me
di luci adorne, variopinte e strane
e riaccende in me
la Fiamma della passione antica…
e i segreti svela!

Fascino arcano gode la mia vista
allo spaziar alto e lontano
i segni scuri delle montagne amiche.

Voci però mi son…
che breve è il mio cammino in questi lidi.
Malinconia m?assale!…
e nostalgia m?opprime.

Notti di Lenno! Notti d?estate…
ebrezza soave e lieve!
Quale carezza amata
sfiora il mio volto e m?arde?…
ed anco il tenero tuo seno affresca?

Or fra le stelle alte nel ciel,
l?astro notturno indora.
Dormi, serena placida dea,
oh Venere dei sogni!…
Arcana e avvolta nel mistero
è la tua notte.

Ed io, dell?onde lievi
odo un sentir leggero
simile al bacio di fedele amante.

Altro radioso giorno
sarà per te il domani.
Ma in mia memoria è impressa, oggi
domani e sempre – e tal sarà,
l?immagin tua diletta.

Sandro Ciapessoni

E dopo una presentazione fatta in modo così accattivante dal Signor Sandro Ciapessoni e dopo aver letto il trattamento così familiare e rilassante da parte della famiglia Bianchi non ci resta che andare a Campo e alloggiare alla locanda “Il Grifo”, gustare la loro ottima cucina e, nello stesso tempo, godere della pace e delle meraviglie che ci offre il nostro magico Lario.