Buon compleanno, Sandro!
Pubblicato da anyony
Oggi compie gli anni il nostro caro poeta Sandro Ciapessoni. A te, carissimo e dolce amico, i più sentiti auguri di buon compleanno con un particolare ringraziamento per la tua attiva e costante partecipazione alla nostra Terrazza sul Lario. Con i tuoi ricordi e le tue poesie hai contribuito a diffondere la voce del nostro amato lago arricchendo queste pagine della tua saggia esperienza.
La scelta di una poesia da pubblicare non è stata facile, sono tante tra quelle che hai composto che mi sono particolarmente care in quanto celebrano i luoghi che più mi stanno nel cuore.
Ti abbraccio con affetto.
IL MATTINO
La candida cortina
della ancor fresca aurora,
ammanta nel silenzio del mattino
il lento dissonnar della contrada.
Mosse da brezze che dai monti inclinan,
piumose creste, giocano sull’onde.
Sotto le arcate dei portici di riva,
è un vuoto sconfinato… ma non triste!
Un senso di quietezza e di mistero
assorbe fatalmente il mio vedere
e nel guardare, il volto mio contiene
l’amabile sottil aura del lago.
Dal “gran salotto”, aperto alle montagne
s’intaglian le primizie dell’ aurora,
e in mistica penombra, mi consola
l’ineguagliabil gioia di quell’ora.
Man mano che il chiarore si diffonde,
la rosea Tremezzina… s’innamora!
Fan rotta verso Loppia, bordeggiando,
due “navi” a remi, anziani pescatori;
stringere il vento che da poppa incìta
non credo sia per lor, arduo mestiere;
doppiano i bei giardini e sottocosta,
viran babordo, a riposar le remi.
Nei limpidi riflessi del mattino,
alte nel ciel, stanno le verdi cime
de’ monti che fan cornice al lago.
Il sole le ravviva e le incolora…
or le riscalda e lieti… noi ridesta.
Calate son le brezze
e l’onde… si son quiete.
Sandro Ciapessoni
AVVISO
Pubblicato da anyony
Sto progettando di creare un libro che raccolga emozioni, racconti e ricordi lariani. Il volume verrebbe illustrato con antiche cartoline del Lario della mia collezione e sarebbe poi pubblicato tramite il sito www.lulu.com senza assolutamente scopi di lucro, unicamente per l’amore verso il Lario che unirebbe tutti i partecipanti. Prego i laghèe interessati al progetto e che abbiano da raccontare qualche loro esperienza, emozione o ricordo che riguardi il lago e anche i non laghèe innamorati del Lario che lo conoscano profondamente, a contattarmi sulla mia email anto.resi@libero.it
I racconti possono essere anche di fantasia basta che abbiano riferimenti al Lario.
Joseph “L’Americano” perde la vita nelle acque del Balbianello
Pubblicato da anyony
Oggi pomeriggio, Joseph, “l’Americano”, come lo chiamavano affettuosamente a Lenno, ha perso la vita nel lago che tanto amava.
Californiano di origine, giunto agli anni della pensione, aveva scelto di vivere nel bel paese sulla sponda occidentale del lago di Como. Mi capitava spesso d’incontrarlo nel corso delle mie passeggiate sul lungolago di Lenno, i miei amici lo conoscevano bene e così avevo cominciato a salutarlo anch’io e a volte a scambiare con lui qualche parola un po’ in inglese un po’ in un suo stentato italiano. Amava moltissimo il Lario tanto che aveva acquistato una “Lucia” e navigava spesso e in ogni stagione. D’inverno era uno dei pochi che solcava il lago, ricordo che una volta Fabrizio mi mandò una sua foto durante un’escursione invernale e mi commossi pensando a quanta passione doveva provare per quell’acqua, per decidere di cambiare continente, lingua ed abitudini.
Poco fa ho ricevuto il triste messaggio da Fabrizio: qualche ora fa, Joseph era uscito a bordo della sua Lucia e, quando si trovava nelle vicinanze del Balbianello, si era alzato un vento fortissimo. Un pescatore l’aveva visto in difficoltà, gli aveva offerto aiuto, ma lui aveva rifiutato. Giunto a terra il pescatore aveva riferito a Fabrizio di aver visto Joseph in balia degli elementi. Il mio amico, dopo aver avvertito i Carabinieri, insieme a Simone dell’imbarcadero di Lenno, era uscito a bordo dell’ “Ozio e la serenità” per soccorrerlo. Purtroppo i due amici hanno avvistato solo alcune assi della barca e hanno trovato un guanto e la pagaia, dell’Americano nessun’altra traccia.
Tornati senza speranze a riva hanno saputo che per Joseph non c’era più nulla da fare, era già a terra su di un carro funebre. Il vento con la sua furia l’aveva scagliato contro gli scogli e trascinato tra i flutti. Il destino ha voluto che concludesse la sua esistenza terrena a Lenno, in questo paese sulla sponda occidentale del lago che forse in California nessuno conosce, ma che per lui, per Joseph l’Americano rappresentava tutto il suo mondo, la gioia di poter salpare sulla sua antica barca e godere dello spettacolo ammaliante che offre il lago e delle emozioni che sa dare.
Sarà molto triste per me, quando andrò a Lenno, non incontrare più Joseph, come mancherà a tutti gli abitanti di Lenno per i quali l’Americano era un personaggio ed erano orgogliosi che avesse scelto di vivere nel loro paese. A Lui va un saluto commosso sperando che da lassù, dove ora si trova, possa navigare in acque più calme e sicure.
Rosa Maria Corti: “Valli Poetiche-La Valle D’Intelvi”- Edizioni LietoColle
Pubblicato da anyony
Con immenso piacere presento il libro “Valli Poetiche- La Valle D’Intelvi”, nuovo lavoro della scrittrice e poetessa Rosa Maria Corti che ha al suo attivo diverse pubblicazione sia storiche che narrative e poetiche riguardanti il Lario.
Il libro fa parte della Collana “I Quaderni” edito la LietoColle ed è il primo volume di un progetto particolare dedicato alla realtà territoriale in cui ha sede LietoColle e che, grazie allo studio dell’autrice – Rosa Maria Corti – nel settore specifico e alla sua sensibilità, permetteranno al lettore di viaggiare tra le valli lariane, per conoscerne la storia, le tradizioni culturali e culinarie, e altre simpatiche curiosità.
Con numerose illustrazioni a colori (scatti dell’autrice stessa) nasce “VALLI POETICHE – Itinerari culturali nelle valli lariane” dove il primo numero è dedicato alla VALLE INTELVI.
Di seguito il sommario del volume:
PARTE PRIMA
La valle si presenta
Una pagina di storia: le origini delle maestranze antelamiche
I Magistri Intelvesi e l’emigrazione verso i paesi asburgici
I movimenti migratori nell’ottocento
Le società di mutuo soccorso e l’opuscolo dell’emigrante
Il caso di Schignano
Lettere
PARTE SECONDA
Un itinerario non solo poetico
PARTE TERZA
Leggiamo un racconto
PARTE QUARTA
Visitiamo un museo
PARTE QUINTA
A tavola con gusto
Il presepe vivente a San Giovanni di Bellagio attraverso l’obiettivo della scrittrice Lucia Sala
Pubblicato da anyony
Ogni anno, nel giorno dell’Epifania, gli abitanti dell’antica frazione di San Giovanni di Bellagio allestiscono un presepe vivente riproducendo l’atmosfera magica della Betlemme all’epoca della nascita di Gesù. Vengono riprodotti ambienti e botteghe così come si sarebbero presentati 2000 anni fa, ogni abitante interpreta il suo ruolo con serietà e passione e tutto appare talmente naturale che quasi sembra impossibile che in un giorno si possa fare un salto temporale talmente lungo. Le botteghe vengono riproposte com’erano all’epoca e profumi, colori e voci riportano al Sacro Evento che si festeggia nel giorno di Natale.

Purtroppo io non ho potuto mai assistere personalmente a questo evento speciale ma, grazie alla scrittrice Lucia Sala che mi ha inviato delle foto, in qualche modo mi sono sentita presente e partecipe e, riconoscendo le persone e ammirando la loro operosità nel creare qualcosa di veramente particolare non posso che ringraziarle di questo preziosissimo dono. Aggiungere altre parole penso sia superfluo, le foto parlano da sole e coinvolgono, come coninvolgono…
Prima foto: la Sacra Famiglia Seconda foto: Gesù impara il mestiere di falegname nella bottega di suo padre Terza foto: la bottega del rame Quarta foto: il torchio del vino delle cantine dell’arciprete Quinta foto: i re magi portano a spasso i bambini sui cavalli Sesta foto: nelle cucine Settima foto: avventori all’osteria
Il contrario di uno di Erri de Luca
Pubblicato da anyony
A volte sono strani i casi delle vita, creano coincidenze che ti lasciano stupito. Ma forse quelle cose che ti appaiono quasi magiche erano scritte sul tuo percorso e tu non lo sapevi.
Chi mi conosce sa che non tornavo volentieri a Napoli, troppi ricordi, molti non piacevoli. Se lo facevo era solo per vedere mia madre. Ed ora che potrei lasciare alle spalle la città partenopea non avendo più ragioni per tornarvi, è lei, la città, che mi viene incontro forse io non l’ho capito ma mi ha sempre seguita e non vuole perdermi. E così negli ultimi giorni del mio soggiorno, quando la tristezza alloggiava nel mio animo per la scomparsa di mia madre, Napoli appariva più bella che mai, non voleva che la scordassi, contrastava col mio sentire del momento. Ed oggi che sono a Roma, entro per caso in una libreria Feltrinelli e subito mi balza agli occhi un libro di Erri de Luca, mio concittadino e quasi coetaneo. “Il contrario di uno”, il titolo m’incuriosisce e l’acquisto, ho già letto altri libri di questo scrittore e mi hanno sempre affascinato per la saggezza e le sue originali deduzioni. Non sapevo di cosa trattasse, tornata a casa lo apro e leggo la dedica: “Alle madri, perché essere in due comincia da loro”. E poi il libro prosegue con una poesia dedicata alla mamma dello scrittore che riporto qui di seguito e lascio ai lettori le emozioni che suscita. Anch’io nel mio piccolo ho dedicato a mia madre il mio ultimo libro, ma la coincidenza ha qualcosa d’incredibile: chi ha guidato la mia mano nello scegliere questo volume?. Forse Napoli mi è venuta incontro attraverso la penna di Erri De Luca ed ha sottolineato, con i suoi versi, questo particolare momento in cui sento maggiormente l’importanza di chi ci mette al mondo e quando non c’è più manca…
PS: per Erri de Luca due è il contrario di uno, non avevo mai riflettutto sull’argomento, condivido l’affermazione: in due la vita è tutt’altra cosa e non soltanto in due come coppia. A volte la matematica è solo un’opinione…
MAMM’EMILIA
In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra
ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.
In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno.
Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perché il vuoto
l’ho portato con me.
Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.
Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l’insegna il figlio.
Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.
Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate, ti ho versato il vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari
Non il loro peso
A te ho nascosto tutto.
Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco
fratello vulcano che ci orientava il sonno.
Ti spargerò nell’aria dopo l’acquazzone
all’ora dell’arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.
Erri De Luca
Ho perso la prima ed appassionata lettrice dei miei diari lariani
Pubblicato da anyony
Anche quest’inverno, com’è mia abitudine da cinque anni, sto riordinando gli appunti presi quest’estate sul Lario per riunirli in un libro che sarà il mio quinto diario lariano.
Negli anni precedenti, ogni volta che terminavo il mio lavoro, ne inviavo una copia a mia madre e lei la leggeva con attenzione, attraverso i miei scritti prendeva parte alla vita del Lario e pur non essendoci mai stata, leggendo le descrizioni e guardando le foto, ammirava il panorama laghèe.
Si appassionava alle mia avventure lariane e, nonostante la sua tarda età, le rileggeva più volte e mi faceva domande su luoghi e persone. Pur stando molto bene in salute, aveva un po’ perso l’entusiasmo nella vita forse perchè si sentiva vicina al traguardo, eppure i miei diari lariani riuscivano ad incuriosirla smuovendola dalla sua apatia. Ricordo in particolare che lo scorso anno, accarezzando il mio libro mi disse: “mi piace proprio assai, non avrei mai pensato che mia figlia riuscisse a descrivere dei panorami in modo così appassionato che mi sembra di vederli, quasi mi porti per mano nei luoghi che tanto ami e le tue emozioni divengono anche le mie. Non so se le provo perchè sono tua madre o se tu sei proprio capace di coinvolgere chiunque ti legga”.
Purtroppo non ho fatto in tempo a farle leggere il mio quinto diario che sto terminando in questi giorni. Da quando ero tornata dalla vacanza lariana, quasi ogni volta che le telefonavo mi chiedeva se anche quest’anno avrei scritto un libro dedicato al lago. La sua richiesta era diventata insistente al punto che mi stavo affrettando per terminare il mio lavoro. Forse sentiva che non sarebbe riuscita a leggerlo. Lei se n’è andata improvvisamente ed in punta di piedi durante il sonno e io non sono riuscita a farle leggere il mio quinto diario lariano che comunque le dedicherò sperando che dalla prossima estate mi possa seguire e proteggere dal Paradiso dove ora sicuramente si troverà.
A Sotto il Monte e la poltrona miracolosa del Papa Buono
Pubblicato da anyony
Quest’estate i miei amici Carla e Franz mi hanno fatto il gradito dono di portarmi a vistare Sotto il Monte, il paese che diede i natali a Papa Giovanni XXIII, oggi meta di numerosi pellegrinaggi.
Venerdì 25 novembre 1881 alle ore 10.15, in via Brusicco 42, nel Palazzo dei proprietà dei conti Morlani, nacque Angelo Giuseppe Roncalli, quartogenito di tredici figli. La patriarcale famiglia Roncalli, destinata ad ingrandirsi ulteriormente, si trasferì nel 1893 nel vicino edificio della Colombera.
Attualmente la casa natale, secondo lo spirito della semplicità e l’umiltà del Papa buono, è visitabile gratuitamente. Custodita dai padri del PIME, è un museo di ricordi dedicato al Beato Giovanni XXIII e alle sue umili tradizioni. Entrando nel portico che porta al cortile, si può ammirare un gruppo bronzeo a grandezza naturale che rappresenta il Papa con i suoi genitori ed un bambino, raffigurante suo nipote Saverio. La stupenda scultura è dell’artista Carlo Balljana, il titolo dell’opera è : “Focolare di bontà, sorgente di vita”.
L’artista ha immaginato un incontro del Papa, trasportato dagli angeli, con i sui cari defunti, subito dopo essere stato eletto al pontificato. La cascina appare con un ampio porticato a tre arcate, facciata tinteggiata di rosa antico e una rustica scala in legno che porta alle semplici stanze.
Al piano superiore è possibile visitare la stanza dove nacque il Papa con il letto dei suoi genitori, un cassettone-scrivania e un quadro raffigurante la Vergine.
Nella altre stanze vi sono numerose foto di famiglia e l’albero genealogico.
Nelle vicinanze della casa natale sorge il Seminario del P.I.M.E. (Pontificio Istituto Missioni Estere), società di vita apostolica composta da missionari e fondato il 31 luglio 1850 da Padre Angelo Ramazzotti, la cui prima pietra fu benedetta da Papa Roncalli il 18 marzo 1963.

Il Seminario del PIME, per anni luogo di formazione per i futuri missionari, è attualmente un luogo di ritiro e preghiera per gruppi provenienti dall’Italia e dall’estero.
Salendo le scale verso la chiesa del seminario, sono rimasta colpita nella “sala della grazie” dai numerosissimi ex voto e, in una stanza attigua, dagli innumerevoli fiocchi rosa e celeste portati lì da molte mamme o per chiedere una grazia per i loro bambini o come testimonianza di una nascita. Mi sono commossa leggendo alcune letterine indirizzate al Papa.
Dopo aver visitato la casa natale, ci siamo recati alla Camaitino, casa dove il Beato Roncalli ha trascorso le sue vacanze per ben 32 anni prendendola in affitto. Camaitino fu costruita da un antenato del Papa Giovanni e poi passò per vari proprietari fino ad arrivare alla famiglia Scotti Guffanti. Questi ultimi proprietari ne fecero dono ad Angelo Roncalli quando salì al pontificato. In un manoscritto il Papa ci tiene a precisare:
Camaitino è uno straordinario condensato di ricordi, di cimeli,di testimonianze, di oggetti personali e di vestiti, addirittura di interi ambienti abitativi, che permettono di ripercorrere, non senza una palpabile emozione, l’intera vita di un semplice sacerdote di provincia divenuto vescovo, cardinale e infine papa. Assistiti e guidati dalle Suore delle Poverelle, ci “caliamo” nella vita di Papa Giovanni, seguendolo nei suoi numerosi viaggi per il mondo e, affiancandolo nei suoi incarichi sempre più importanti e gravosi, fino all’elezione a successore di Pietro. Una vita sempre in crescendo, scandita dai suoi abiti religiosi esposti nella casa. Persino la camera dove il Papa è deceduto è stata trasferita nella Camaitino, completa del crocifisso cui rivolse la sua ultima preghiera, il letto su cui terminò la sua esistenza terrena e la poltrona su cui riposò nei suoi ultimi giorni.
A proposito della poltrona di Papa Giovanni ho un episodio da raccontare che mi rimarrà per sempre impresso. Mentre mi trovavo in visita alla casa e ascoltavo le spiegazioni di una suora che stava mostrando la bara trasparente nella quale era stato esposto in un primo momento il corpo imbalsamato del Papa in Vaticano, un’altra suora mi è venuta incontro dicendomi: “venga, venga, che ho qualcosa da mostrarle”. Mi ha portata insieme a i miei amici verso una stanza alla quale un cordone sulla porta impediva l’ingresso. Ci ha detto che raramente era permesso ai visitatori di entrare in quella stanza, ma per me voleva fare un’eccezione. In quella camera c’erano, una libreria, un divano e la poltrona sulla quale il papa aveva trascorso i suoi ultimi giorni. La suora mi ha esortata a sedermi per qualche istante e chiedere una grazia che certamente sarebbe stata esaudita in quanto quella poltrona era molto miracolosa. Sbalordita e confusa dell’inatteso e prezioso dono, mi sono timidamente “accomodata” e in un attimo ho pensato a chiedere l’intercessione del Beato Giovanni XXIII per una persona a me cara.
La spiegazione al perché la suora, tra tanti visitatori, avesse scelto proprio me, era più vicina di quanto potessi immaginare: Franz che, in una visita precedente alla Camatino, aveva già conosciuto la religiosa originaria di Filago, lo stesso paese dove lui e sua moglie abitano, aveva raccontato alla religiosa che ero venuta appositamente dall’Abruzzo per visitare quel luogo sacro. La suora, credendomi animata da grande devozione, ha voluto farmi il prezioso dono.
Lasciata la Camaitino, siamo andati a Filago a casa dei miei amici, anche dal loro balcone si potevano ammirare i picchi del Resegone. Ora, nei giorni di lontananza dal Lario, quando penserò a Franz e Carla, li potrò immaginare nel loro accogliente e grazioso appartamento.
Abbiamo fatto ritorno a Bellagio che era l’imbrunire, il misticismo dei luoghi mi ha conquistata: i pochi istanti trascorsi sulla miracolosa poltrona mi resteranno per sempre impressi come uno dei miracoli offerti dal Lario e dal profondo sentimento di amicizia che mi lega Carla e Franz.
Ermes, in seguito, mi regalerà una pagina di giornale che riporta una notizia poco nota circa Papa Giovanni XXIII che mi ha lasciata davvero stupefatta. La riporto qui come l’ho letta:
Fra i tantissimi personaggi illustri che hanno onorato con la loro appartenenza l’Arma della Fanteria, il più illustre sicuramente è stato Sua Santità il Papa Giovanni XXIII che dal 2 novembre 1902 prestò servizio come volontario presso il 73esimo Reggimento Fanteria “Lombardia”allora di Stanza a Bergamo, nel 1902 fu promosso caporale, nello stesso anno anche sergente.
Durante la prima guerra mondiale fu richiamato come Cappellano militare, ma conservò tanto amore per la Fanteria che vantò sempre di averla servita con felicità ed onore. Ai suoi funerali in vaticano intervenne, per desiderio espresso dai fratelli, anche la bandiera del 68esimo Reggimento di Fanteria.
Sperimentate il “barefooting” e vi sentirete più felici
Pubblicato da anyony
Chi ha letto i miei articoli avrà notato più di una volta la mia passione per il camminare a piedi nudi specie sui sassi della spiaggetta di Guggiate. Ho spesso riso di persone che senza ciabatte o scarpe non riuscivano a destreggiarsi su quei ciottoli e barcollavano o addirittura scivolavano. A me riusciva tutto naturale, forse perché fin da ragazzina mi è piaciuto il contatto con la natura e questa pratica l’ho esercitata ogni volta che mi era possibile. Spesso sono scesa dalla Madonna del Soccorso a piedi nudi e, se durante una passeggiata in montagna mi sono trovata in difficoltà, ho tolto le scarpe per avere più presa col terreno e sentirmi più disinvolta nei movimenti. Non importa se qualche volta mi sono ritrovata le piante dei piedi doloranti perché nel bosco c’erano ricci di castagne e ho impiegato giorni per liberarmi delle spine fastidiose. Il sentirmi tutt’uno con la natura va al di là di qualche piccolo inconveniente e mi dà tantissima energia e buonumore.
Oggi casualmente mi è capitato tra le mani un giornale che parlava proprio della pratica di camminare a piedi nudi che ultimamente è divenuta assai diffusa un po’ in tutto il mondo, diventando uno sport chiamato “Barefooting”. Addirittura in certi luoghi, in particolare all’estero, vi sono dei percorsi appositi per camminate senza scarpe.
Sergio Parini, il giornalista che ha redatto l’articolo ha sperimentato in prima persona questo nuovo tipo di attività sportiva e, a suo dire, ne ha tratti enormi benefici. Sull’articolo che ho letto racconta di una sua passeggiata “a piedi liberi” in un parco della Liguria sul monte di Portofino, ha messo le scarpe nello zainetto e ha iniziato a camminare.
Riporto qui alcune sue considerazioni che ho sentito mie e che corrispondono in pieno alle emozioni che ho da sempre provato liberandomi della calzature:
“Ho fatto una piccola passeggiata a piedi nudi . La verità? Ho scoperto tutto un altro modo di camminare. Ogni passo è una sensazione diversa. Senti il caldo delle pietre arroventate dal sole e il fresco di quelle protette dall’ombra, la forza ruvida dei sassi e la morbidezza del muschio e delle foglie, il piacere di rinfrescarsi nei rivoli d’acqua che interrompono il sentiero. Ci si sente più indifesi. Più umili. Ma anche più immersi nella natura, fusi con l’ambiente. Più attenti in tutti i sensi […]
Con un contatto così diretto con la terra non verrebbe mai in mente di buttare una cicca di sigaretta o una lattina, o di strappare fiori rari come souvenir. Incontrando altri camminatori c’era chi mi guardava come un pazzo Chi armato di scarponi da Trekking, zaino enorme e bastone (mancava solo la picozza) si sentiva un po’ esagerato. Chi mi guardava con simpatia. Alla fine della mia camminata,”sentivo”molto di più i miei piedi, indolenziti, ma ero anche sereno, rilassato, felice di avere avuto questo contato “intimo”con la natura , con il bosco. Quasi, quasi la prossima estate ci riprovo. (Sergio Parini, caporedattore di Donna Moderna).
Io sono anni che ci provo e ne sono felice, i ciottoli di Guggiate mi hanno dato tanto e ormai sono certa che avranno imparato a riconoscermi dal contatto così come il verde sentiero che conduce alla Madonna del Soccorso e tanti altri luoghi del Lario.
Il “barefooting” lo consiglio proprio a tutti, migliora la circolazione, favorisce la flessibilità delle ossa e combatte la depressione; vi sentirete certamente più sereni ed ossigenati, provare per credere.
Un “Grande” se ne va
Pubblicato da anyony
Quest’immagine non troppo chiara perché tratta da un filmato che ho girato in settembre all’imbarcadero di Lenno, può sembrare insignificante, ma per me è l’ultimo ricordo di un vecchio albero che, a quanto ho saputo, ormai se ne sta andando.
Fino a qualche giorno fa, erano tre i platani che ombreggiavano le panchine dell’imbarcadero e quello centrale era il preferito da me e dai miei amici quando, nella calura estiva, ci rifugiavamo sotto la sua ombra per cercare un po’ di refrigerio: in quel punto, più che altrove, anche nelle giornate molto afose arrivava la dolce “breva de Com”. Bastava allontanarsi di qualche metro da quella panchina e il caldo si faceva pesantemente risentire. Le chiome dell’albero e il provvidenziale venticello facevano in modo che i nostri pomeriggi trascorressero sereni e non soffrissimo del clima troppo afoso.
Sembra quasi impossibile che a pochi passi di distanza la temperatura si possa alzare di diversi gradi, eppure lo posso testimoniare: come mi ha spiegato il mio amico Aldo, quella panchina sotto il platano è proprio nella direzione giusta perché la breva di Como, passando per Campo, superi il punto più basso della penisola del Lavedo e rinfreschi i fortunati che vi hanno trovato posto.
Da quanto ho appreso da fonti certe, sembra che il povero albro sia giunto ormai alla fine perché molto ammalato. Qualche giorno fa gli sono stati amputati tutti i rami nella speranza che un germoglio dia un segno di vita, ma sembra che solo un miracolo potrebbe salvarlo.
Questa notizia mi ha portato un’immensa tristezza, il monumentale platano porta con sé tanti pomeriggi trascorsi in piacevole compagnia e tanti ricordi con gli amici di Lenno, la prossima estate ci mancherà tanto la sua ombra ristoratrice. Chissà quanti turisti, nell’attendere il battello, avranno inconsapevolmente goduto ddei benefici dell’amorevole chioma del platano!
Non so quanti anni abbia avuto, ma credo diverse decine se non centinaia. Un “Grande” se ne va e resta nel cuore il rimpianto che forse, quando era in vita, l’abbiamo considerato come qualcosa di scontato e non gli abbiamo rivolto l’attenzione che meritava.



















