15 Ott

SUI MONTI LARIANI, AUTORE MARIO TONCELLI

Pubblicato da anyony

PREFAZIONE

Carissimi amici,  

sono Mario Toncelli e sono stato una Fiamma Gialla.  Ho fatto parte della 6 ^ Legione della Guardia di Finanza di Como da sottufficiale, prima al servizio normale, poi al Servizio Aereo e sono iscritto alla Sezione ANFI di Pistoia. Conosco bene le montagne della 6 ^ Legione avendoci trascorso 33 anni della mia carriera ed, in particolare, i monti lariani che ho percorso in lungo ed in largo per contrastare il contrabbando che vi si praticava da un’infinità di anni.  Con il tempo, ho formato dentro di me il desiderio di fissare sulla carta le impressioni di questa  mia esperienza in quelle zone confinarie  e, così, fare partecipi anche gli altri.

Nel libro “ Sui monti lariani ” di cui sono autore, ho raccolto episodi di operazioni di servizio anticontrabbando ed altro narrate anche da coloro che , come me, sono stati in   reparti della 6^ Legione.

Gli appunti scritti e le foto a corredo che ho raccolto  non raccontano una realtà romanzata, né gli episodi di cui sono formati sono il prodotto di ricordi fantasiosi, bensì costituiscono  il risultato di fatti realmente accaduti e che hanno contribuito a formare un’esperienza di vita che ha lasciato traccia nell’anima dei protagonisti.Chi ha calcato quelle montagne ricorda bene la fatica provata per l’asprezza del terreno per raggiungere la postazione dove nascondersi alla vista della squadra di spalloni e delle loro staffette, l’urlo “ molla “ dato alla squadra dei contrabbandieri, la fuga precipitosa di questi ultimi ed i sacchi abbandonati per la fuga dopo che erano stati tagliati gli spallacci che li facevano aderire alla schiena. Ricorda,  inoltre,  la faticosa corsa per riuscire a fermare, spesso invano, i fuggitivi  e le energie spese per il recupero dell’oggetto del contrabbando.

Il libro fa rivivere tutte quelle emozioni che sono narrate in 270 pagine circa facili da leggere come la cronaca di un articolo di giornale e corredate da foto.

Per chi fosse interessato ad averlo, lo invito a farmelo sapere via e mail all’indirizzo marton40@tim.it o al telefono, al numero 3402740748.

 

Il  prezzo del volume è fissato in 15 € + 7 € di  spese postali da corrispondere con vaglia postale, all’indirizzo di Mario Toncelli, via Udine 5 51039 Quarrata ( Pistoia ), oppure con bonifico a mio nome accreditando l’ IBAN IT 88J0100513800000000000159  della BNL di Pistoia via Fermi ( sistema consigliato e più economico del vaglia ) . In caso di pagamento a mezzo bonifico si prega di specificare nella causale del versamento il nominativo del richiedente il libro ( nome e cognome unitamente all’indirizzo postale ).  Il libro sarà disponibile entro la fine del prossimo  mese di ottobre.

 

Allego alla presente copia della prima pagina di copertina del libro.

 

Saluti e grazie per la disponibilità, con preghiera di divulgare anche il Sezione ANFI.

 

                                                                                         Mario Toncelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11 Ott

PICCOLE STORIE DI SAN GIOVANNI

Pubblicato da anyony

Di aneddoti di quest’estate ne potrei raccontare moltissimi, si tratta di piccole cose per noi importanti e ricche di significato.Ad esempio, la storia dei peperoncini nei vasi della piazza davanti alla spiaggetta. Tutto iniziò la scorsa estate, quando quei vasi sono rimasti vuoti, a differenza degli altri sotto il platano dove sono le panchine e altri davanti all’oratorio che il comune ha provveduto ad abbellire con begonie multicolori. L’Ambrogio, che tiene molto alla sua San Giovanni non poteva tollerare che fossero completamente spogli i vasi, l’anno precedente ricchi di gerani, che con amore e cura aveva fatto prosperare tanto da essere fotografati da molti turisti.

Fu così che mi diede incarico di provvedere in qualche modo, qui entrano in ballo le piantine di peperoncini che, trovandomi a far la spesa all’Esselunga di Lecco, attirarono la mia attenzione. Comprai tre piantine che con i loro accesi colori, giallo e rosso, lavarono l’onta dei vasi vuoti e, nello stesso tempo, furono accolti con entusiasmo per il doppio ruolo che potevano svolgere: quello di abbellire la piazza e di poter finire in padella per un’ottima pasta all’arrabbiata.L’estate terminò e con i primi freddi le piantine di peperoncini, essendo stagionali, morirono, ma l’Ambrogio ne aveva raccolti alcuni e conservati i semi.Così, quando il 18 giugno sono tornata a San Giovanni, ho avuto la sorpresa di vedere delle belle piantine di peperoncini nei vasi sopra la ca’ trota. L’Ambrogio li aveva seminati e lui e l’Angelo se ne erano presi cura.

Quei peperoncini sono stati protagonisti di una storia durata praticamente tutta l’estate. Pochi giorni dopo il mio arrivo sparì una piantina, Ambrogio era arrabbiatissimo e in tutti i modi voleva individuare il misterioso ladro. Pensò anche di strappare le altre piantine per evitare che il furto si ripetesse. Io e Angelo, ci siamo molto adoperati in opera di persuasione affinché Ambrogio non mettesse in atto il suo pensiero. Tutto filò liscio fino a metà settembre, le piantine di peperoncini prosperavano moltiplicando i frutti che, ogni tanto, noi del luogo, coglievamo per cucinare una pasta piccante. Poi, una triste mattina di metà settembre, sparirono due piantine, e dopo qualche giorno, anche un’altra. Rimase una sola piantina che, a questo punto, con la storia che ormai l’estate era finita, Ambrogio strappò senza darci il tempo di raccogliere i suoi frutti. Al mattino, mi alzavo all’alba per essere la prima a scendere in piazza ad ammirare il panorama e assaporare l’ebbrezza di essere sola in quel luogo magico dove mille sensazioni positive mi pervadevano l’anima. Uno dei miei pensieri era soffermarmi davanti ai vasi della spiaggetta per scrutare i peperoncini e scoprire qualche nuovo bocciolo. Lo stesso era per l’Angelo e l’Ambrogio.

Sulla spiaggetta della ca’ trota, c’era anche un’altra piantina bisognosa di cure, che l’Angelo, accanito pescatore e proprietario dell’Ula, inseparabile e fedele cagnolino, le prodigava con affetto: una piccola pianta di oleandro che Angelo aveva piantato nella parte alta vicino al secchio dei rifiuti,al riparo da bagnanti e turisti distratti e da cagnolini che con la loro urina acida avrebbero rovinato le foglie. La sua attenzione per quel tenero oleandro era quasi commovente. Anche accanto a quella pianta mi soffermavo spesso avvertendo nel cuore la gioia di conoscere dei piccoli particolari che sarebbero sfuggiti ad occhi estranei e disattenti, ma non a noi di San Giovanni che conosciamo e amiamo ogni minimo particolare del luogo.

Come non raccontare poi di Romano, milanese di origine, ma ormai bellagino a tutti gli effetti, avendo trascorso decine di estati nella zona. Io ho avuto la fortuna di conoscerlo un paio di estati fa, quando, negli afosi pomeriggi, veniva a sedersi sulle panchine di San Giovanni, all’ombra del platano con la speranza di trovare qualcuno con cui scambiare qualche chiacchiera.Romano è una persona molto in gamba, ha avuto un vissuto intenso ed è piacevole ascoltare i suoi racconti. Io ho avuto frequenti occasioni di trattenermi con lui in piacevoli conversazioni, specialmente quest’estate quando il caldo torrido mi costringeva a soste prolungate e trovavo refrigerio in piazza dove qualche soffio di breva dava la possibilità di trarre respiro.

Sono diventata anche la “maestra di smartphone” di Romano che, avendo un telefono nuovo, ha chiesto frequentemente il mio modesto aiuto. Ma l’aneddoto più simpatico da raccontare su questo personaggio dal carattere forte e nello stesso tempo tenero è quello delle foglie d’alloro. Forte, nel senso che voleva si rispettassero le regole di buona educazione e soprattutto l’ambiente, spesso si è messo anche in situazioni quasi di pericolo per fermare moto che abusivamente invadevano spazi di San Giovanni.

A Romano piaceva il profumo dell’alloro e ogni volta che passava davanti ad una villa recintata proprio con questa pianta aromatica, coglieva alcune foglie per poi tenerle tra le mani e godere del loro profumo per tutto il tempo che trascorreva in conversazione nella piazza. La cosa che più mi inteneriva era che ogni giorno mi porgeva una di queste foglie, quasi come un dono di stima e di amicizia e io la strofinavo tra le mani apprezzando con commozione il piccolo dono.

Romano è ripartito per Milano diversi giorni prima del mio ritorno a Silvi Marina, ma ogni volta che passavo davanti alla villa recintata da piante d’alloro o sedevo in piazza, il mio pensiero andava al caro amico. Qualche giorno prima di partire, ho colto qualche foglia dell’aromatica pianta e l’ho messa in valigia in modo che mi facesse compagnia in ricordo di una persona speciale.

14 Lug

la ca’ della radio vecc

Pubblicato da anyony

Il giovedì a Bellano è giorno di mercato. Stamattina, invogliata da un fresco e confortante venticello che finalmente dava sollievo dall’arsura degli ultimi giorni, ho preso il primo battello in partenza da Bellagio.
Per me il mercato era solo la scusa per rivedere il ridente paese sul ramo di Lecco che ha dato i natali a diversi personaggi famosi, come testimoniano le varie targhe apposte sui muri di antiche case.
Una delle irrinunciabili tappe è per me la pasticceria Lorla per gustare qualche ottimo dolce e un buon caffè, seduta al fresco nella piazzetta della chiesa di San Giovanni.
Una volta rifocillata, ho deciso di vagare per le stradine del centro storico senza una meta prestabilita. Che sia stato il caso o la fortuna, sono stata attratta da una locandina sulla vetrina di un negozio di barbiere. Mi sono avvicinata, ed ho letto che nella via Manzoni numero sette, avrei potuto visitare il Museo privato “La ca’ dei radio vecc”. Incuriosita, ho chiesto dove si trovasse quella via e, mentre m’incamminavo verso la meta che mi era stata indicata, ho fermato un passante per chiedere ulteriori informazioni. Ancora un volta la fortuna mi è venuta incontro: si trattava proprio del proprietario del museo!
Il signore, molto gentilmente, mi ha aperto le porte di un mondo fantastico, che mai avrei immaginato di trovare a Bellano, facendomi da guida in un tuffo nel passato attraverso oggetti, progenitori dell’odierna tecnologia, che sono stati i protagonisti nella casa dei nostri nonni e i nostri genitori. Solo vagamente, qualcuna delle meraviglie esposte mi ha ricordato la mia infanzia e le musiche che l’accompagnavano. La maggior parte della vasta e varia esposizione è anteriore alla mia nascita. Mi sono commossa ascoltando, nitida, la voce di Caruso attraverso un vecchio disco.

Il museo, inaugurato lo scorso anno, è frutto della passione del signor Panatti che, come mi ha raccontato, da sessant’anni colleziona radio, grammofoni e televisori di varie dimensioni e perfettamente funzionanti.
Il museo, allestito in un ex negozio, è diviso in settori: le antiche radio, tra cui la prima ideata da Marconi, le radio americane, i grammofoni e i televisori.
D’estate è visitabile tutti i giorni, escluso il lunedì, dalle 10 alle 12,30 e dalle 14,30 alle 19. In inverno, su prenotazione al tel. 331.8054154.
Un’altra deliziosa sorpresa di questo lago che sempre mi affascina.

6 Lug

Ma che caldo fa!

Pubblicato da anyony

 

 

 

 

Le opinioni sono contrastanti: c’è chi dice che il caldo torrido sia giusto per il periodo estivo, adducendo come rafforzativo alla sua opinione che il bel tempo porti più turisti e d’altronde l’estate  debba necessariamente essere così; c’è invece chi, come me, non sopporta le alte temperature e propende per una stagione più mite, magari con qualche temporale che ogni tanto porti un po’ di refrigerio. Tutti siamo d’accordo che lo scorso anno il cielo abbia esagerato con piogge frequenti e temperature quasi invernali.

Qualche ristoratore mi ha confidato che, con il troppo caldo, molti turisti preferiscono non uscire, avendo anche perso l’appetito, fanno a meno di pranzare, quindi gli incassi lasciano molto a desiderare. Lo stesso vale per i negozi d’abbigliamento: il solo pensiero di poter misurare qualche abito appare come un’immane sudata.

Chi vuoi che vada in giro con un caldo così?

Si sta bene sui battelli quando navigano, una piacevole brezza rinfresca le membra accaldate e anche gli animi confusi dal troppo calore, ma poi quando sostano al pontile, il clima diventa di nuovo aggressivo.

Il solo refrigerio può apportarlo l’adorato Lario che con le sue fresche acque accoglie tanti bagnanti, le sue spiaggette sono molto affollate e non è facile trovare qualche centimetro libero per posizionare l’asciugamano.

Fortunato chi ama nuotare o stare a mollo per tempi lunghi!

Io sono nell’appartamentino di San Giovanni digitando con fatica sull’unico argomento di questi ultimi giorni: “che caldo che fa!” e attendendo momenti più propizi per esplorare il territorio che tanto mi sta a cuore.

30 Giu

La barchetta di San Pietro

Pubblicato da anyony

 

La barchetta di San Pietro è  una tradizione  rurale del  nord Italia , in particolare della Lombardia, il suo scopo era di propiziare il raccolto.

Ancora oggi molte persone del lago la sera tra il 28 e 29 giugno seguono l’usanza  che consiste nel riempire  per tre quarti d’ acqua una bottiglia  o un fiasco a cui sia stata tolta la paglia o anche un qualsiasi recipiente di vetro. Poi vi si versa un albume e…. al mattino del 29, miracolo! Si troverà  all’interno  della bottiglia  un  bella barchetta con le vele evanescenti. Un tempo,  più  alte erano le  vele, più era segno di raccolto abbondante. La bottiglia andava posta sull’erba.

Ho provato anch’io l’esperimento  che sembra riesca con l’intervento di San Pietro la cui festa ricorre proprio il giorno 29. Ma la mia bottiglia l’ho  lasciata sul tavolo non avendo un prato a disposizione.

Tutto sommato non mi posso lamentare del risultato anche se a fianco della barchetta con le sue vele è  comparso uno strano oggetto  somigliante ad un sottomarino  dovuto forse al fatto che nello scivolare nel collo della bottiglia,l’ albume si è  diviso in due.

Confido nel prossimo anno per una migliore riuscita.


21 Mag

Il mio ottavo diario lariano

Pubblicato da anyony

15 novembre 2014

 Le prime pagine

Sabato 15 novembre, Sandro Ciapessoni ha terminato il suo cammino terreno: ho ricevuto la sconvolgente notizia per via telefonica da suo nipote Claudio.
Sandro, come meritano le persone dalla grande sensibilità e altruismo, è andato via senza soffrire, nominando la Madonna del Soccorso alla quale da sempre era devoto.
Si è spento alle cinque del pomeriggio. Qualche ora prima aveva chiesto a suo nipote di telefonare alle persone a lui più care, tra queste c’ero io.
Qualche giorno fa avevo ricevuto una sua telefonata, parlava con un soffio di voce perché poco prima era stato dal dentista ed era ancora sotto anestesia, per me era difficile capire cosa volesse dirmi. Pur non avendo compreso tutte le sue parole, qualcosa avevo intuito di ciò che mi voleva comunicare: continuava a ripetere che si sentiva molto stanco e che le forze lo stavano abbandonando e ribadiva più volte l’affetto che lo legava a me, ripetendo: “mi sei stata sempre vicina e provo per te un grande trasporto, quando sarò lassù, veglierò su di te”. Gli avevo consigliato di non affaticarsi troppo, di andare a riposare, ci saremmo sentiti l’indomani.
Ma il caro amico non voleva salutarmi, forse dentro di sé sapeva che non avremmo avuto più tempo. Ascoltandolo ero diventata triste, quella telefonata mi suonava quasi come un addio.
Il giorno seguente Sandro fu ricoverato in ospedale dove gli trovarono un brutto male, provarono ad operarlo ma non ci fu niente da fare, fortunatamente non avvertì alcun dolore.
Le sue ultime parole furono:
“La Madonna del Soccorso ha steso un velo sulla mia pancia, non sento alcun male”, poi reclinò la testa e si addormentò nel sonno eterno.
Sandro mi manca moltissimo, oltre ad essere un carissimo amico, per me è stato un grande Maestro di poesia e di vita, lo porterò sempre nel mio cuore, sarà il mio angelo protettore.
Ricordo ancora quando ci conoscemmo, fu tramite il web. Avevo da poco aperto il mio blog “amoillario.blog.tiscali.it” quando, navigando su internet, m’imbattei in un suo sito di poesie. Gli scrissi una mail chiedendogli se potevo pubblicarne qualcuna sul mio blog. Dopo poco tempo ricevetti la cortese risposta, non solo mi autorizzò a pubblicare le sue poesie ma partecipò attivamente al mio blog con commenti ricchi di ricordi ed insegnamenti derivanti dalla sua ampia esperienza di vita. Ci scambiammo i numeri di telefono e iniziammo a sentirci frequentemente.
Tra noi ci fu subito empatia e ci confidammo i nostri pensieri più intimi, sostenendoci a vicenda per affanni cui inevitabilmente la vita ci sottopone.
Dopo qualche mese avvertii l’esigenza d’incontrare nella realtà questa persona così speciale, insistetti perché tornasse sul lago che tanto amava e dal quale mancava da diversi anni.
Decise di affittare una camera al Grifo, famosa locanda di Campo, luogo dove Sandro aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza e mai aveva dimenticato.
Andai ad attenderlo alla stazione San Giovanni di Como e rimasi subito affascinata da quel distinto ed elegante signore che, affacciato al finestrino del treno proveniente da Padova, mi stava salutando con un dolcissimo sorriso.
Dopo un caloroso abbraccio, salimmo su un taxi che ci portò all’imbarcadero di Como: Sandro voleva rivedere punto per punto il suo lago, tanto gli era mancato.
A bordo mi mostrò i suoi libri di poesie, ne recitò qualcuna con la partecipazione e l’intonazione che solo lui sapeva dare.
Di tanto in tanto m’indicava particolari del paesaggio a me sconosciuti. Mi resi subito conto di avere accanto un Grande Uomo, un Maestro che mi avrebbe saputo guidare per i luoghi che entrambi amavamo e mi avrebbe insegnato tanto.
I suoi giorni a Campo trascorsero in fretta, passammo molto tempo insieme, sempre con entusiasmo. Un giorno il caro Sandro mi chiese di accompagnarlo a far visita ad un suo amico d’infanzia, ci recammo a Lenno da Geo Poletti, figlio del padrone del frutteto di Campo dove lavorava il papà di Sandro e dove ha alloggiato per diversi anni la famiglia Ciapessoni. A braccetto, suonammo il campanello della graziosa villetta del signor Geo ed ebbi la fortuna di essere presente al commovente incontro tra due amici che non si vedevano da diversi decenni.
Il giorno seguente ci recammo alla chiesa di Sant’Andrea nella frazione Casanova di Ossuccio, caratteristica per la teca in vetro contenente alcuni teschi risalenti alla peste descritta dal Manzoni. Proprio per questo motivo Sandro aveva rinominato “Sant’Andrea Teschiato” il sacro edificio.
Sostammo a lungo anche nella piazzetta Campidoglio di Campo dove, nonostante il caldo asfissiante del mese di agosto, trascorremmo delle ore piacevoli ricordando la vita di un tempo e le varie antiche botteghe di cui ancora rimane traccia in alcune scritte sui muri.
Quando Sandro ripartì, avvertii un grande vuoto, mi sentii quasi spaesata nonostante conoscessi già discretamente il lago. Ma il grande Maestro fece in modo di starmi vicino anche a molti chilometri di distanza. La nostra amicizia andò sempre rafforzandosi, se avevo qualche insicurezza sapevo a chi rivolgermi.
Nelle estati seguenti, Sandro tornò ancora sul lago e furono altre giornate piene e indimenticabili, poi le sue forze diminuirono e non se la sentì più di viaggiare. Fui io ad andare a Padova, nonostante lo trovai fisicamente invecchiato, la sua mente era sempre lucidissima, la sua intelligenza brillante e la sua cultura immensa.
Una volta mi disse che affidava a me il suo testamento spirituale, tante erano le cose che mi aveva confidato della sua vita e della sua esperienza, inoltre ci univano numerosi argomenti riguardanti i luoghi che entrambi avevamo nel cuore.
Ora io sono qui con infiniti ricordi e molti rimpianti ma con la certezza di aver conosciuto qualcuno di veramente eccezionale che mi ha accompagnata per un pezzo del mio cammino e continuerà per sempre a vivere nel mio cuore.
8 Feb

La Madonna delle lacrime di Lezzeno, frazione di Bellano

Pubblicato da anyony

La cappella del miracolo

La mia curiosità per la Madonna delle lacrime di Bellano sul ramo di Lecco, –  il cui santuario è situato nella frazione alta di Lezzeno – da non confondere con il paese omonimo che si trova sul ramo di Como – è andata sempre aumentando da quando il mio caro amico di Lecco mi ha raccontato che è raffigurata dalla stessa immagine della Madonna della Pace di Nobiallo, frazione di Menaggio. Una copia di quella Madonna fu portata a Lezzeno di Bellano da un contadino che, in pellegrinaggio a Nobiallo, ne acquistò una copia e la collocò nel suo podere.

La prima volta che ho tentato di raggiungere il santuario fu all’inizio dell’estate quando mi recai al mercato di Bellano, ma non fui fortunata, il sacro edificio è situato troppo in alto per salire a piedi e, per quanto abbia chiesto, sembra non ci siano autobus per che portino sul luogo. La seconda volta mi recai con Enzo: arrivammo nel tardo pomeriggio mentre si stava celebrando la Santa Messa e quindi la chiesa non si poteva visitare. Una freccia indicava un ambiente sul lato posteriore della chiesa dove si potevano acquistare dei ricordini. Purtroppo il piccolo negozio era chiuso, ci informammo da una signora del luogo che ci disse che avrebbe aperto alla fine della sacra celebrazione e ci consigliò, nell’attesa, di recarci alla Cappella del Miracolo situata a solo centocinquanta metri di distanza.

Il percorso  si svolgeva attraverso una mulattiera leggermente in salita da dove si potevano ammirare dei meravigliosi scorci del paese di Bellano. Ciò che più mi attrasse fu l’atmosfera mistica che ci accompagnava con numerose immagini della Madonna corredate da scritti che invitavano alla preghiera, ogni volta per motivi diversi ma tutti con l’unico fine di preparare spiritualmente il pellegrino nel raggiungimento del sacro luogo dove avvenne il miracolo.

Riconobbi l’immagine della Madonna della Pace di Nobiallo già da una piccola raffigurazione in pietra situata su di una fontanella a pochi passi della santa cappella. Mi tornarono in mente le parole del mio amico di Lecco che mi aveva raccontato la particolare storia di questa Madonna venerata in due paesi su rami diversi del lago.

Non restammo molto in preghiera per il timore di non scendere in tempo per acquistare dei ricordini, ma riuscii a scrivere un bigliettino in cui chiedevo una grazia e ad imbucarlo in un’urna a disposizione dei pellegrini.

Purtroppo arrivammo tardi, la signora che si occupa del piccolo negozio era già andata via; vani furono i nostri tentativi di raggiungerla lungo la strada che stava percorrendo per tornare a casa, indicataci dalla stessa signora che poco prima ci aveva consigliato la visita alla cappella del miracolo.

Trovammo chiuso anche il portone della chiesa, la chiave del sacro edificio l’aveva la stessa signora del negozio di ricordini, ci accontentammo di scattare qualche foto del panorama dal sagrato della chiesa.

Non ci restava che far ritorno a casa, ci sentivamo felici a metà per quell’escursione che non era riuscita al cento per cento, ma non eravamo scoraggiati, in fondo un primo passo verso la Madonna miracolosa era stato fatto, considerammo gli ostacoli trovati lungo il percorso come un invito divino a tornare. Decisi in quel momento che non avrei potuto lasciare il lago senza aver visitato la chiesa e acquistato ricordini.

L’occasione si è presentò in seguito grazie ai cari amici Franz, Carla e Veronica che si offrirono di accompagnarmi al sacro percorso.Stavolta trovammo tutto aperto e grande fu la commozione nel salire i gradini dell’altare per trovarci di fronte alla teca dov’è custodita l’immagine miracolosa della Madonna delle Lacrime.

Dopo aver acquistato dei ricordini, ci avviammo verso la cappella del miracolo costruita poco dopo che Bartolomeo Mezzera, un contadino, che ospitava la santa immagine nel suo podere, ritirandosi una sera a casa, vide la Madonna lacrimare sangue.

Ci soffermammo a leggere le varie frasi lungo il cammino che invitavano alla preghiera. Tutte  riportavano temi attuali che ci fecero riflettere e pregare, invocando pace, rispetto e serenità per la società tormentata da sofferenze e inutili dannose prepotenze, dove si rischia di perdere  di vista il fine ultimo del nostro passaggio sulla terra.

10 Gen

A Nesso, al Ponte della Civera

Pubblicato da anyony

A Nesso, paese sulla sponda occidentale del lago di Como situato a metà strada tra Bellagio e Como, sono stata quasi sempre di passaggio. Solo rare volte, transitando in macchina con amici, mi sono soffermata ad osservare l’orrido dovuto all’incrociarsi dei corsi spumeggianti di due fiumi “il Tuf” e il “Nosè” che, scendono ripidamente intrecciando le loro acque per poi riunirsi e tuffarsi nel lago: qualcosa di veramente spettacolare specie nei periodi di piogge abbondanti quando la furia dei fiumi è al massimo della sua potenza.

Un paio di anni fa, mentre con Enzo attendevo la corriera per Piani del Tivano, lessi una scritta che indicava un’antica scalinata per raggiungere il “Ponte della Civera che più volte avevo notato passando in battello e ho sempre desiderato ammirare da vicino. Il ponte, probabilmente di origine romana, collega le due frazioni di Coatesa e Riva, scavalcando l’orrido formato dalla discesa dei due fiumi.

In una domenica di settembre, insieme ad un caro amico, abbiamo deciso di esplorare più a fondo il paese, imboccando la ripida scalinata. Il percorso è piuttosto accidentato essendo la discesa antica e sconnessa, più di una volta abbiamo rischiato di scivolare, ma come in altre occasioni, abbiamo continuato il percorso, decisi a raggiungere l’agognato ponte.

Durante la discesa, di tanto in tanto ci siamo soffermati ad osservare gli antichi portali in legno della abitazioni in pietra che caratterizzano il borgo.

Arrivati in prossimità del lago, sembra che gli scalini arrivino a lambire il lago, ma dopo una prima impressione, ci siamo resi conto che  si tratta di un effetto ottico e, scendendo fino a quasi toccare l’acqua, si può proseguire entrando in quello che appare come l’ingresso di un’abitazione ma in realtà  è un passaggio coperto dotato di alcune finestre panoramiche offrenti bellissimi scorci del panorama  per poi condurre  al ponte della Civera.

Ci siamo così trovati, oltre che di fronte ad una magnifica vista sul lago, anche ad una stupefacente visione dell’orrido che, osservato dal basso verso l’alto, appare ancora più spettacolare: sembra come una gola immersa nella vegetazione, in quei momenti solcata da imbarcazioni che, con i loro colori vivaci, davano più risalto alle varie sfumature di verdi e l’azzurri offerti dalla natura. La vegetazione lungo la discesa dei fiumi è molto rigogliosa, dovuta proprio allo scorrere delle acque, ricca di piante d’alloro e altre specie autoctone.

Siamo rimasti a lungo ad ammirare lo spettacolo con il fiato sospeso per la sua bellezza avvolgente, abbiamo scattato numerose foto prima  di deciderci ad affrontare la salita che sapevamo non sarebbe stata molto agevole, essendo anche un pomeriggio molto afoso. Mentre con grande fatica raggiungevamo di nuovo la piazza di Nesso, ho contato più di trecento scalini  al termine  dei quali siamo arrivati completamente  sudati e privi di forze, ma felici di tanta ricchezza che avevamo potuto ammirare.

Siamo entrati in un bar del paese per bere qualcosa di fresco che smorzasse la calura del pomeriggio settembrino.

Una volta rifocillati, ci siamo soffermati nella piazza dove ho letto qualcosa di davvero interessante che riguarda la storia del paese.

Un cartello riporta:

“Nesso, paese dove cade un fiume con grande empito”. Così scrisse Leonardo da Vinci che visitò il lago di Como e fu attratto da due fenomeni naturali: “l’orrido di Nesso” e la “Fonte intermittente di Torno” sopra la quale, nel 1557 fu costruita la Villa Pliniana di Torno. Entrambi i luoghi hanno continuato ad esercitare il loro fascino su uomini d’ingegno, compresi grandi registi. A Nesso, in particolare, girò la scena di un suo film Alfred Htchicok dal titolo “il giardino delle passioni”.

Anche questa escursione per me è stata una nuova scoperta, una nuova sorpresa e un motivo in più per amare il lago.

 

 

24 Dic

Racconto di fine estate

Pubblicato da anyony

Scritto il 26 settembre
Racconto di fine estate da ricordare in queste feste.

L’ immagine raffigura la Natività, opera dell’artista Raffaele Beretta e quest’anno collocata a Dosso del Liro, un piccolo paese a poca distanza da Gravedona.

IL NOSTRO MURETTO
Settembre ci ha regalato qualche giornata di sole, specie nella prima e nella seconda decade cercando di riscattare tutta la pioggia che ci ha inflitto nei mesi passati.
Ormai siamo rimasti in pochi a goderne, come sempre in questo periodo sono l’unica turista (mi definirei l’unica non residente nel piccolo borgo di San Giovanni ma ugualmente appartenete della comunità che vi abita).
Qui ho imparato l’usanza di cenare piuttosto presto anticipando quelle che sono le mie abitudini a Silvi e a Roma,
di sera mi piace scendere in piazza, l’insolito silenzio mi porta a meditare su tanti ricordi felici che anche quest’anno viaggeranno con me.
Poiché l’aria si è parecchio rinfrescata, il punto di ritrovo con gli amici di San Giovanni non sono più le panchine sotto il platano, ma il muretto dell’oratorio che è al riparo dall’umidità della sera.
Se pur in pochi, è sempre bello ritrovarsi e raccontarsi i piccoli avvenimenti quotidiani , soprattutto i ricordi di un passato che resta sempre nel cuore.
Ieri sera l’argomento è stato il presepe vivente che ogni anno si rappresenta a San Giovanni nella ricorrenza dell’epifania.
Purtroppo non ho mai assistito all’evento, ma l’ho potuto seguire ugualmente grazie le numerose immagini che mi hanno inviato via email.
Ambrogio ha iniziato a raccontare la nascita di questa rappresentazione, avvenuta – non ricordava bene se nel ‘982 o il ‘983 – per iniziativa sua e di una ragazza che ebbe l’idea di allestire anche a San Giovanni un presepe vivente sul modello di quelli che si vedevano in televisione. Ne parlò al parroco di allora, don Aldo, che si mostrò favorevole all’iniziativa mettendo a disposizione l’oratorio.
Ambrogio fu uno dei promotori, iniziò a lavorare sodo per la realizzazione dell’evento e, con il legno del vecchio tetto della casa parrocchiale, da poco rifatto, costruì la grotta che avrebbe ospitato la natività. Non fu difficile trovare i pastori, lo stesso Ambrogio interpretò la parte di San Giuseppe.
Il presepe fu un vero successo, la voce dell’evento si sparse in fretta e tanti furono i visitatori.
Ambrogio ricorda che, grazie alle offerte ricevute, raccolsero ben 180.000 lire, una cifra considerevole per quei tempi.
Da allora il presepe vivente è stata sempre una tradizione di San Giovanni, arricchendosi anno per anno di più di particolari grazie all’impegno e alla partecipazione degli abitanti dell’antico borgo. Nel terzo anniversario, il parroco mise a disposizione le ampie cantine della chiesa – a detta di tutti meravigliose -, subentrarono altre persone come organizzatori e ne risultò un evento unico nella zona, attirando sempre più visitatori. Nel terzo anno della rappresentazione addirittura raccolsero 480.000 lire.
Arrivò persino la televisione e, quando l’intervistatore chiese di chi fosse stata l’iniziativa, fu indicato l’Ambrogio che proprio in quel momento stava giungendo in piazza. Ormai conosciamo tutti il carattere schivo e riservato del nostro amico che fece immediatamente marcia indietro verso casa, indicando il parroco che certamente sarebbe stato disponibile.
Il racconto era coinvolgente ed io incalzavo Ambrogio con continue domande, chiedendo soprattutto se vi fossero immagini della prima edizione dell’evento. Purtroppo a quei tempi in pochi possedevano una macchina fotografica, soddisfare la mia curiosità non sarebbe un’impresa facile. Ma confido che un giorno riuscirò a vedere l’immagine di quel San Giuseppe più unico che raro, magari qualcuno del luogo l’avrà conservato tra i suoi vecchi ricordi.
Il tempo trascorre in fretta quando si sta in buona compagnia e ormai le tenebre ci avvolgevano, era ora di rincasare. La serata era stata davvero piacevole e indimenticabile.

Il nostro muretto dell’oratorio è ormai diventato un appuntamento irrinunciabile, non sarà frequentato da persone famose come quello di Alassio, ma lì seduti, presi dai nostri racconti, ci sentiamo dei personaggi, umili protagonisti di scene di vita quotidiane, ma per noi molto significative.

18 Nov

Scaturigini, il nuovo libro di poesie della scrittrice e poetessa Rosa Maria Corti

Pubblicato da anyony

Sabato 22 novembre, alle ore 16, presso la sala civica di Cerano D’Intelvi,

Rosa Maria Corti presenterà il suo ultimo libro di poesie dal titolo “Scaturigini”.



Qui di seguito una poesia tratta dal libro

 

La bella Regina, la Vita

(Lago di Como)

 

Il delirio di pioggia è cessato.

 

Nell’ora mattutina il sole

riaccende di rosso le felci

sotto la vetta bianca di neve.

 

Sul lago ancora brandelli di nebbia,

la luce incerta nasconde

il tormento d’una profonda ferita.

 

Agonizza, va tutta in rovina

la bella Regina, la Vita.

Maria Rosaria Corti

 Lenno 18 novembre, foto di Rosa Maria Corti